Il Mondo del Tabacco

Storia del tabacco, dalle origini ai giorni nostri


Dove tutto ebbe inizio...


AMERICA

DALL'AMERICA...


La storia del tabacco comincia nelle Americhe, dove il suo primo uso attestato proviene dalle civiltà precolombiane. La coltivazione ha avuto un ruolo importante tra la popolazione dei Caraibi già a partire dal XVII secolo e in subito dopo nel potere economco della colonia della Virginia. Il tabacco fu scoperto per la prima volta dai nativi americani della Mesoamerica dell'America meridionale. Le foglie della pianta del genere Nicotiana vennero preparate per essere fumate già da un tempo molto precedente a quello dell'arrivo dei primi coloni europei. Gli "indiani" dell'America Centrale incontrati da Cristoforo Colombo l'utilizzarono come medicamento, per togliere il senso della fame e della fatica nonché per alleviare il dolore. Essi tagliavano le foglie di tabacco fino ad ottenere una sorta di grande sigaro che chiamarono "tabaco". Venne utilizzato da molte tribù native americane, in particolar modo nel corso dei più importanti riti religiosi e sociali almeno a partire dal I secolo, come testimoniato dai ritrovamenti di pipe, rappresentazioni di divinità protettrici e di sacerdoti mentre fumano. I popoli indigeni dell'America settentrionale storicamente ebbero l'abitudine di portare con sé sacchetti di tabacco nella sua qualità di elemento scambiabile e facilmente accettato, nonché per fumarlo tramite il "Calumet della pace" sia nel corso delle varie cerimonie sacre che per sigillare trattati o accordi d'amicizia. Il tabacco fu considerato un dono la cui diretta provenienza si poteva facilmente ascrivere alla Divinità della creazione; il fumo venne pertanto inteso come veicolo di trasmissione dei propri più intimi pensieri e preghiere in direzione degli spiriti protettori oltre che per propiziarsene i favori. Oltre al suo utilizzo nei rituali spirituali il tabacco risultò essere utilizzato anche in Etnobotanica per il trattamento medico delle malattie individuali; per migliorare le condizioni fisiche e psichiche. In quanto lenitivo al dolore si usò ad esempio per curare il mal di testa o il mal di denti ed occasionalmente anche come cataplasma. Alcune popolazioni indigene dell'odierna California usarono il tabacco come ingrediente - nelle "misture da fumo" - per guarire dal raffreddore, solitamente mescolato con foglie di "salvia del deserto" (Salvia dorrii), con la radice di "balsamo indiano" (Lomatium) o "radice della tosse" (Lomatium dissectum); quest'ultima aggiunta era particolrmente indicata per prevenire l'asma e la tubercolosi. Oltre ai suoi usi medicinali tradizionali le foglie essiccate del tabacco si utilizzarono anche come una forma primitiva di moneta, sia dai nativi che dai bianchi americani fin dall'inizio del XVII secolo. L'uso religioso è ancora ai giorni nostri comune tra le tribù indigene; tra i Cree e gli Ojibway degli Stati centrali del nord-ovest e del Canada esso viene offerto al "Creatore" con suppliche o ringraziamenti, usato nella "capanna del sudore" (di purificazione), per celebrare degnamente gli accordi di pace e collaborazione reciproca ed infine presentato anche come un dono. Regalare del tabacco fa parte della tradizione quando si vuol chiedere consiglio su una questione particolarmente spinosa ad un anziano del clan.
RESTO DEL MONDO

...AL RESTO DEL MONDO


La sua popolarità crebbe globalmente con la colonizzazione spagnola delle Americhe; introdotto nel continente europeo venne fortemente commercializzato. Colombo riferì tutto quanto aveva scoperto nel suo rapporto alle corti reali spagnola e portoghese; la pianta inizialmente sarà usata per un semplice scopo ornamentale. A metà del XVI secolo il medico personale di Filippo II di Spagna cominciò a promuoverla come "medicina universale"; la prima monografia scritta contenente una descrizione particolareggiata sarà opera del naturalista spagnolo Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés. Gli spagnoli s'ispirarono dal nome dato ai "Petun" (indigeni conosciuti come "popolo del tabacco") dagli abitanti di Tabasco (stato) nella provincia dello Yucatan. Introdotto nella penisola italiana dal cardinale Prospero Santacroce, nunzio apostolico nel Regno del Portogallo mentre Nicolas Tornabon, legato pontificio nel Regno di Francia, gli diede per primo il nome di "Erba di Santa Croce" in quanto, se assunta sacralmente, avrebbe avuto virtù giudicate miracolose. Nel 1556 il monaco dell'Ordine dei Frati Minori André Thevet, appena ritornato dalla colonia del Brasile, si apprestò a coltivare il tabacco nella propria residenza a Angoulême: lo battezzò "herbe angoulmoisine" o "herbe pétun". Nel 1560 l'ambasciatore francese in Portogallo Jean Nicot (da cui prenderà il nome la nicotina), basandosi sull'effetto curativo del fumo rituale indiano, inviò la polvere di tabacco alla regina Caterina de Medici come trattamento delle terribili emicranie di cui soffriva il figlio, il sovrano Francesco II. La cura parve ottenere gli effetti sperati tanto che il tabacco diventò l'"erba della regina"; la sua vendita sotto forma di polvere venne riservata allo Speziale. Per onorare Nicot il duca Francesco I di Guisa propose di chiamare quest'erba "Nicotiane"; la proposta venne subito adottata dall'esperto in botanica Jacques Daléchamps: la terminologia fu successivamente ripresa anche da Carlo Linneo. La pianta ricevette comunque molti nomi tra i quali "Medicea", "Cateriniana", "Erba del signor priore", "Erba santa", "Erba per tutti i mali", "Panacea antartica" e anch "Erba dell'ambasciatore". È verso la fine del XVI secolo che comincia ad apparire la parola "tabacco"; la sua prima illustrazione botanica sarà realizzata dal medico Nicolás Monardes nel 1571. Nel 1575 il priore francescano Thevet fece un ritratto dell'"Erba Petum o Angoulmoisine" nella sua opera intitolata Cosmographie universelle (parte II, libro XXI, capitolo VIII). Allo stesso tempo fu pubblicato uno dei primi trattati sul tabacco come medicinale, L'Instruction sur l'herbe petum (1572) di Jacques Gohory, praticante di Alchimia. La coltura sarà introdotta nel 1580 nell'impero ottomano e nel regno russo, nel 1590 nel subcontinente indiano e in Giappone, nel 1600 nella penisola greca, nell'arcipelago delle Filippine e nell'Indocina. Alla metà del XVII secolo era coltivato praticamente in tutti i continenti. L'introduzione della pianta in Alsazia, dove avrà immediato successo, è dovuta a un mercante di nome Robert Kœnigsmann; egli portò i semi in Inghilterra e compì i primi test nei presi di Strasburgo attorno al 1620. Dopo il ritorno ad una situazione di pace a seguito della fine della guerra dei trent'anni la coltivazione si diffuse positivamente nella parte meridionale del dipartimento dell'Alto Reno. Nel 1650 un incendio distrusse la maggior parte delle case di Mosca (Russia), quasi tutte costruite in legno; il grave incidente fu causato da un fumatore distratto. Questo fatto esortò lo Zar Alessio Michajlovič a proscriverne l'uso; i malcapitati fumatori abituali vennero condannati alla bastonatura e molti di loro finirono con l'avere il naso tagliato. Pochi anni dopo Pietro I di Russia permise la vendita di tabacco nel paese a Peregrine Osborne, II duca di Leeds e a molti altri mercanti inglesi per la somma di 75.000 sterline. Il patriarca in seguito lo proibì come oggetto di commercio: il clero russo dichiarò colpevole di eresia chiunque avesse osato servirsene. Nel 1787 Strasburgo conterà 53 stabilimenti e l'Alsazia produrrà 2.700 tonnellate. Intorno al 1680 in Svizzera i primi campi di tabacco apparvero nel Canton Bsilea Città e successivamente nel Canton Ticino.
PRODUZIONE MONDIALE

PAROLA D'ORDINE, RICICLARSI


Tra tutti i settori dell’economia ce n’è uno ad aver fatto da padrone per tutto il ventesimo secolo. Un settore nel quale, secondo un report di Credit Suisse, investire un dollaro nel 1900 avrebbe significato possederne 6,3 milioni nel 2014. Macchinari, telecomunicazioni, prodotti chimici, cibo? No, il tabacco. Settore più performante dell’era moderna, il mercato della sigaretta regge bene il confronto anche se ci si focalizza sulla storia recentissima, includendo quindi l’emergere delle nuove forme di economia. Il Global Tobacco Index, indice che rappresenta l’andamento di delle medie e grandi imprese attive nel settore in 23 Paesi sviluppati, è cresciuto del 196,4% negli ultimi dieci anni, più che doppiando l’omologo rappresentate del settore tech: il World Information Technology Index è infatti cresciuto “solo” del 94,4%. Si sa, i settori e prodotti legati alle forme di dipendenza sono paradossalmente i più stabili, in quanto più resilienti alle crisi economiche e meno soggetti a fenomeni di stagionalità. Ma se vuole replicare il proprio glorioso passato, anche l’industria del tabacco deve fare i conti con l’innovazione. Il primo passo è stato compiuto nel 2003, quando un’ondata tra il tecnologico e il salutista ha portato alla nascita della prima sigaretta elettronica. Commercializzata per la prima volta in Cina da un farmacista che aveva perso il padre per un tumore ai polmoni, l’alternativa al tabacco è partita in sordina: la domanda si è rivelata inferiore all’offerta e alle attese, e dopo un primo timidissimo impeto di curiosità le vendite hanno iniziato a contrarsi: secondo uno studio del TheEconomist nel 2012, nonostante in quell’anno il 7% dei fumatori europei abbia provato la sigaretta elettronica, soltanto l’1% ha continuato a utilizzarla. Negli ultimi due anni si è però assistito a un cambio di rotta: salutismo, crisi economica, legislazione avversa, moda – o semplicemente la manifesta inutilità di cicche, spray e cerotti per smettere di fumare – hanno restituito popolarità al mercato globale delle e-cigarettes, che ha toccato un giro d’affari globale pari a 6 miliardi di dollari nel 2015, risibile – ma crescente – se paragonato ai 770 miliardi del mercato globale del tabacco (Euromonitor International). È così che le maggiori case produttrici di tabacco hanno iniziato a investire in un business a loro concorrente: Altria e Reynolds, i primi due produttori di tabacco statunitensi, hanno finanziato reti di vendita e canali distributivi per penetrare aggressivamente nel mercato, arrivando a possedere i primi quattro produttori Usa di sigarette al vapore. La mossa è tutto fuorchè ingenua: secondo Research and Markets, il mercato delle sigarette elettroniche è in pieno boom. Si prevede che registrerà un tasso di crescita del 22,4% annuo, arrivando a raggiungere un fatturato di 50 miliardi di dollari nel 2025. Il pensiero che questa imminente esplosione possa turbare le multinazionali del tabacco è però fin troppo ottimistico. È vero, il tabagismo non sta certamente attraversando una delle fasi più serene della storia tra crescenti divieti, innalzamento delle tasse (e quindi dei prezzi al consumo) e aumento della consapevolezza intorno ai danni per la salute. Ma se alcuni colossi hanno iniziato a investire nelle nuove forme di abolizione – o quantomeno elusione – del vizio (come appunto le sigarette elettroniche), ce ne sono altre, più avanguardiste, che hanno iniziato a considerarle una tecnologia già in fase di obsolescenza. Prima fra tutte, Philip Morris. Secondo operatore al mondo con una quota di mercato del 14,6% – subito dopo China Tobacco, controllata dallo Stato e detentrice del 44,2% del mercato globale, e subito prima di British American Tobacco, che con il 10,7% si aggiudica il terzo gradino del podio nell’oligopolio mondiale della sigaretta – Philip Morris è stata la prima a innovarsi, per non dire rivoluzionarsi. A inizio 2017, l’azienda ha completamente rivisto il proprio sito web, nella cui home oggi campeggia il motto: “Designing a smoke-free future” Che già di per sé è curioso, dati i 26 miliardi di fatturato registrati lo scorso anno in prodotti a base di tabacco. Come se non bastasse, subito dopo si legge una domanda aperta e ancor più curiosa dello slogan precedente: “How long will the world’s leading cigarette company be in the cigarette business?” Sembrerebbe per poco, dato che il Ceo in persona, André Calantzopoulos, si è per primo presentato a una recente conferenza armato di IQOS, un dispositivo a base di tabacco, che parrebbe non inquinare né l’ambiente né i polmoni perché, anziché bruciarlo, semplicemente lo scalda. Niente fuoco, niente fumo, niente cenere. Lanciato in Giappone e Italia già nel 2014, il prodotto ha conquistato oltre 20 mercati in tutto il mondo e conta oggi 1,4 milioni di utilizzatori. Un design quasi da iPhone, che infatti è stato progettato da Jony Ive di Apple, e che contribuisce a creare un hype che alla sigaretta elettronica è sempre mancato, in aggiunta alla tecnica di riscaldamento del tabacco che rende l’esperienza molto più vicina a quella regalata dalla classica sigaretta. L’innovazione promossa da Philip Morris non è un caso isolato: IQOS, insieme ad altri prodotti e piattaforme su cui la società non si è ancora sbilanciata, sono stati realizzati in un vero e proprio incubatore, costato 111 milioni di dollari e basato in Svizzera, che si prefigge di agire come una startup, investire in startup e contribuire al tramonto della sigaretta tradizionale, di cui i vertici di Philip Morris sono quanto mai convinti e per cui si auspicano anche un veloce decorso.
CONCLUSIONI

IL FUTURO DEL TABACCO


Dietro le sigarette c'è un'economia da capogiro, che ha dato alle multinazionali del tabacco il potere di influenzare la politica di intere nazioni. È un tesoro in mano a pochi gruppi che hanno anche il potere di influenzare scelte economiche e politiche in diversi Paesi del mondo. Le Big Six sono la Cina National Tobacco Corporation, un monopolio di Stato (le sigarette nel mondo sono perlopiù prodotte in Cina, che ha il 43% del mercato globale); Philip Morris, di cui le leggendarie Malboro sono il marchio più diffuso, con il 16,4% del mercato. Con la differenza di un solo punto percentuale c'è Bat, la British american tobacco, un altro big che ha sedi in tutto il mondo. Seguono infine la Japan Tobacco International, la Imperial Tobacco e Altadis. Sono risultati finanziari da mille una notte grazie al fatto che le sigarette (e altri prodotti del tabacco come sigari, cartine, tabacco da fiuto) sono anche i prodotti più pubblicizzato tra i beni di consumo. D'altra parte i grandi guadagni si reggono su una spesa di marketing difficilmente quantificabile, ma che si aggira intorno a decine di miliardi di dollari l'anno. Soltanto negli Stati Uniti, per esempio, sono spesi ogni anno circa 10 miliardi di pubblicità per le sigarette (in un periodo in cui la pubblicità è stata vietata in tv e in radio, insieme con altri divieti). Ancora secondo i dati dell'Oms, la spesa annuale media in promozione delle multinazionali si aggira intorno ai 200 dollari per fumatore. Dove sono spesi tutti questi soldi? I mezzi sono oggi molto diversificati, ma in generale ruotano attorno a forme di sponsorizzazione o di promozione diretta di eventi sportivi, artistici, di moda, viaggi avventura, oltre al sempreverde metodo del product placement nei film e ora anche sul web. Senza dimenticare la cosiddetta charity, cioè la presenza in eventi di beneficienza e la nascita di icone come l'uomo Malboro, il re dell'avventura, uno dei miti del XX secolo. A produrre questo tesoro sono circa due milioni di lavoratori al mondo, dei quali i 2/3 in Cina, che è il maggiore coltivatore di tabacco insieme con India, Brasile e Indonesia. Negli ultimi anni c'è stata una maggiore diffusione in Europa dell'est e in molti Paesi in via di sviluppo in Africa e in Asia. La ragione è legata al costo del lavoro molto basso, a minori controlli sull'uso di pesticidi (che provocano danni alla salute di chi ci lavora e vive) e alla monocultura che depaupera il terreno. Tanto che la coltivazione del tabacco in alcuni Paesi è diventata la principale voce del PIL: è il caso del Malawi, uno stato nel sud-est africano dove c'è stato un salto nei proventi dalle esportazioni dal 50 al 70 per cento tra il 2007 e il 2008. Fino al risultato boom del 2010, anno in cui è stato il maggiore produttore mondiale del tabacco Burley. Un problema per il Paese: nel momento in cui dovesse esserci un calo, l'economia entrerebbe pesantemente in crisi perché non ci sono alternative, ed è proprio su questo che fanno leva le Big Six. Questo tipo di leva è ben nota nei Paesi europei che coltivano il tabacco, a causa appunto della delocalizzazione, appunto. È per esempio il caso dell'Italia, dove il calo della produzione del tabacco Burley ha condotto a un recente accordo tra la Coldiretti di Toscana, Veneto, Umbria e Campania (le regioni del tabacco italiano) con la Philipp Morris Italia per una "produzione a km 0" che ha infine salvato più di 50 mila posti di lavoro. Che cosa c'è dietro una sigaretta? Cifre da capogiro. A partire dalle 6 trilioni (6.000 miliardi) di sigarette prodotte nel mondo, un numero - astronomico - che da solo può dare l'idea del business del fumo. Ed è in aumento esponenziale: il 13% in più rispetto a 10 anni fa. D'altra parte, anche i fumatori sono in aumento: secondo i dati dell'Oms saranno nel 2050 circa 2,2 miliardi, altro aumento vertiginoso visto che le precedenti ricerche (2010) registravano 1,4 miliardi di "smokers". Numeri in crescita anche perché le multinazionali del tabacco non si fanno scrupoli a catturare anche i giovanissimi: per esempio, negli Usa la quota di mercato dei minori di 18 anni di uno dei più famosi marchi di sigarette è balzata da meno dell'1% al 33% in tre anni grazie a una campagna pubblicitaria che vedeva come protagonista un personaggio dei fumetti. Numeri che faranno lievitare ancora di più un giro di affari già di centinaia di miliardi di dollari ogni anno: la redditività del tabagismo nel 2010 è stata di 346,2 miliardi di dollari, per un profitto netto di 35,1 miliardi. Per darvi un'idea, si ottiene la stessa cifra se si sommano i profitti 2010 di Coca-Cola, Microsoft e McDonald's, altri tre grandi colossi.

Dopo aver analizzato la storia di questo prodotto, passiamo ai maggiori fornitori mondiali:l'industrie del tabacco